La “mia” Montagna

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La montagna può assumere tantissimi aspetti, diversi per ognuno di noi. Per alcuni può essere solo roccia, per altri il soggetto di bellissime fotografie, per altri ancora un luogo di villeggiatura.
Le rughe della Terra, queste meravigliose forme che danno movimento alle pianure, sono dei macromondi formati da milioni di micro mondi, che ospitano smisurate quantità di forme di vita.
Grazie ad esse il clima del nostro pianeta vive e sopravvive, le nevi perenni ci regalano l’acqua e gli alberi riempiono di ossigeno la nostra atmosfera ormai malsana.

Per chi, come me, la montagna entra a far parte della propria quotidianità, è molto di più.
E’ un bisogno necessario per rinfrancare la mente e lo spirito. E’ parte delle proprie giornate, dei propri pensieri e molte scelte vengono prese in base a lei.

In queste righe mi piacerebbe poter scrivere quello a cui penso mentre cammino nel bosco, di ritorno da una bella cima; come quando ogni volta, mentre i miei passi sollevano le foglie secche dei faggi, mi ripeto “se avessi la possibilità, vorrei star qui per scrivere il mio libro”.

Ora, mentre sono seduta sul mio tavolo davanti al pc, la sensazione non è la stessa, le parole non escono come uscirebbero in quei momenti. E’ come se mancasse l’ispirazione, perché l’ispirazione è il luogo, non tanto quello che devo dire.

In effetti, quello che scriverò sarà, agli occhi di molti, un insieme di inutili frasi già dette od un semplice pensiero personale, che nulla serve in un mondo già pieno di “influencer” che portano la loro quotidianità nelle menti altrui. Mi piace comunque pensare che se qualcuno sceglierà di leggere questi miei pensieri, magari ci si ritroverà e sorriderà sapendo che c’è qualcuno a cui il profumo del sottobosco nelle giornate estive, il vento gelido in cresta e le alzatacce mattutine fanno ancora venire la pelle d’oca.

La “mia” montagna è un sentimento.

E’ qualcuno a cui mi rivolgo mentre cammino, è colei a cui credo e colei che mi fa credere. E’ il luogo e la circostanza in cui mi ritrovo, in cui avverto le mie emozioni, sia belle che brutte, e soprattutto in cui le dimostro, senza nemmeno pensare di nasconderle.

In una giornata trascorsa fra i miei amati monti colgo decine di sfumature di sensazioni: la volontà nell’alzarsi presto la mattina, la fatica nella salita, la felicità nel raggiungere la vetta, la paura di non farcela, il coraggio di non fermarsi, la determinazione nelle decisioni, l’astuzia nelle scelte, la consapevolezza del mio corpo, la stanchezza nelle lunghe discese e la condivisione di tutto questo.

Vi sembra poco? Per me è moltissimo, ed ogni volta è sempre diverso, a volte più magico, a volte più sofferto.

Ho subìto parecchie sconfitte in montagna, ho dovuto rinunciare ad alcune salite desiderate da tempo ed ogni volta che torno da un’ascesa, sto già programmando la prossima.

Da ormai più di dieci anni solco i sentieri delle montagne venete, trentine, lombarde e friulane; qualche volta mi sono spinta fin giù in Appennino, di cui ho stupendi ricordi della cima del Gran Sasso e del Monte Amaro in Majella.

Non mi ritengo assolutamente una brava escursionista, tantomeno un’alpinista. Quando vado in montagna entro a far parte di un tutt’uno con l’ambiente che mi circonda e non mi sento appartenere a nessun titolo né ruolo. Mi aspetto solamente di sentirmi viva.

Non ci sono salite particolari che possono valere più di altre, ma è raccontando dell’arrivo ad una vetta che mi piacerebbe trasmettere un po’ di quelle emozioni che mi inebriano nei miei trekking.

Quell’arrivo così atteso e sudato, quando da lontano scorgi la croce di vetta e ti accorgi di essere perfino in anticipo rispetto alla tabella di marcia e pensi che potrai rimanere lassù un po’ di più per gustarti il paesaggio.

Un arrivo che a volte è infinito, che nasconde uno scollina mento a cui non avevi dato peso, ma in quel momento saranno i passi più difficili di tutta la tua vita.

Un arrivo che ti riserva un panorama che appena lo scorgi ti lascia a bocca aperta e ti fa scordare per un attimo di tutto, facendoti scendere una lacrima di gioia.

E poi ecco la cima, la cima che tu avevi scelto di salire quel giorno. Può essere la più insignificante per tutto il mondo alpinistico, ma la più importante per te, perché ha significato tutto in quel momento.

Mi guardo attorno e capisco che sono nel cuore di altre centinaia di vette e che ognuna di quelle potrà essere la mia cima in un altro giorno.

Ed è in quel momento che, seduta su quel cucuzzolo, mi fermo ad osservare, non a guardare.

Osservo le vallate puntinate dalle case e tracciate dalle strade, dove come piccoli modellini si muovono le auto per andare chissà dove.
Osservo il volo degli uccelli che planano da pareti vertiginose e trovano il loro riparo dove il mio piede non potrà mai appoggiarsi.
Osservo il bosco, a tratti carico di verde ed a tratti scarno per gli alberi caduti, misuro con la mente l’altezza di un abete e mi immagino quanto lontano può essere da me.
Osservo ed ascolto il vento, penso a come lambisce questa cima con le sue raffiche, nei giorni in cui sono al riparo a casa.
Osservo il sole e mi riempio del suo calore, come volessi farlo entrare dalla mia pelle.
Osservo lo scorrere delle nuvole, che a tratti coprono i raggi e mi fanno avvertire freddo.
Osservo ed ascolto il silenzio, il più bel suono, pieno di rumore ma nel contempo rilassante e melodioso.

E poi osservo me stessa, e mi riscopro ogni volta, so perfettamente chi sono e cosa voglio, cosa amo e so che essere lì è essere viva.

Alessia Toso

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